la riforma moratti dell’universita’

Moratti
Clicca per ingrandire

ROMA – Università in Piazza, università in rivolta, lezioni sospese in molte
facoltà italiane. Quale è il progetto dietro tutte queste novità?

Sono cinque anni che l’università italiana è in uno stato di continua e
rapida trasformazione. Quale è il progetto dietro tutte queste novità? Come
si può coniugare riforma continua alla normale attività didattica
sopratutto se tale riforma deve essere per decreto a costo zero?

Oggi la laurea è come un albero, il cui tronco è costituito dalla laurea
triennale e i rami e la chioma dalle lauree chiamate specialistiche della
durata di due anni.
Con la riforma l’albero universitario ha visto però la moltiplicazione
miracolosa dei corsi di laurea, nati spesso per soddisfare più voglie di
campanile che necessità del territorio.
Come se la sono cavata sino ad ora le università, senza fondi aggiuntivi per
la riforma? Hanno utilizzato i ricercatori, affidandogli compiti di docenza
a titolo quasi sempre gratuito. Moltissimi corsi universitari in Italia sono
stati tenuti da volontari che spaventati dalla riforma e traditi dalle
promesse dei baroni, sono oggi stufi di lavorare gratis senza alcun
riconoscimento.
Troppi scandali hanno colpito l’università italiana, i giudici stanno
valutando i risvolti penali di decine di concorsi in cui non ha vinto il
candidato più preparato ma il raccomandato di ferro, in Italia ai capaci e
meritevoli, citati dalla nostra costituzione non resta che andare
all’estero.

Siamo diventati leader mondiali nella esportazione di cervelli. Nel mondo
abbondano corsi universitari affidati a giovani professori italiani a
contratto, impegnati spesso nelle ricerche e nei laboratori più
all’avanguardia.

Tra gli obiettivi della riforma c’è quello di rendere più trasparente
l’accesso alla carriera universitaria per i giovani, un concorsone nazionale
dovrebbe sostituire quelli locali, più soggetti nella pratica al ricatto dei
baroni e attribuire non una cattedra a vita ma una idoneità
all’insegnamento, lasciando poi alle facoltà la scelta dei professori
all’interno di questo elenco di docenti idonei.

Apriti cielo il nuovo sistema non piace a nessuno: non ai baroni che
rischiano di non riuscire a sistemare il cugino o il fido discepolo, non
ai ricercatori che vedono aprirsi un futuro di precariato senza certezze,
non alle facoltà che temono di avere un margine di scelta troppo ridotto
rispetto ad oggi.
Capolavoro all’italiana è stato poi, introdurre una norma cd salva
professori anziani che riserverà in ogni futuro concorso una quota dei
posti ai docenti over 60, ridicolizzando nei fatti i tanto sbandierati
criteri di meritocrazia del nuovo sistema di reclutamento.

Tutta da buttare la riforma? Assolutamente no, ad esempio la maggiore
flessibilità introdotta dalla riforma che ha sganciato le lauree triennali
da quelle specialistiche è da difendere; come anche il sistema dei crediti
che permette di considerare ai fini della laurea anche gli stage in azienda,
sicuramente ha aiutato molti giovani ad inserirsi nel mondo del lavoro più
rapidamente.
Quello che occorre è mettere fine alla politica delle inaugurazioni, si
inaugurano continuamente nuove riforme, nuovi corsi di laurea, nuovi master,
nuovi progetti formativi e passare ad una politica della manutenzione con
fondi e iniziative adeguate.
Solo cosi l’albero dell’università italiana potrà mettere radici e
continuare a far crescere il paese.